Elezioni europee: un referendum politico, come avvenne nel 2011.

di Sergio Di Cori Modigliani

Negli ultimi due giorni ho seguito le campagne elettorali europee in Olanda, Francia, Germania, Danimarca, Belgio, per controllare di che cosa parlano e cosa fanno.

Questo post è relativo alle mie sensazioni in quanto italiano europeo.

C’è qualcosa di tragico e sottaciuto nell’atmosfera politica che si respira oggi in Italia: la censura sull’Europa, sulla sua progettualità, sulle sue idealità, fini, obiettivi.

A quaranta giorni dalle votazioni per le europee, non si trova in giro nè in televisione, nè sui social networks, una mini-discussione, un dibattito, un confronto sul significato e sul senso di queste elezioni, sulle esigenze dei popoli del continente, sulle prospettive. Ciascuno è asserragliato dentro il proprio piccolo miope baluardo denso di parole d’ordine demagogiche, slogan raffazzonati di facile presa, privi di sostanza argomentativa.

E’ un sintomo e un simbolo del fallimento dell’Europa come comunità di intenti.
Quindici anni dopo la presa di possesso della finanza bancaria sull’industria, e sull’imposizione di trattati capestro che l’hanno messa in ginocchio -è bene qui ricordarlo a scanso di equivoci: accolti con applausi palloncini e cotillons da PDL, PD, Lega Nord, estrema destra ed estrema sinistra, tutti concordi nessuno escluso- gli italiani sono caduti nella diabolica trappola del pensiero mercatista e seguitano a parlare soltanto di soldi, di monete, di aliquote, di percentuali, di teorie economiche pro o contro l’euro usando termini come “cultura” o “diritti”, anzi…abusando di tali termini, di solito tirati in ballo da persone ignoranti che la cultura l’aborrono o esponenti della casta del privilegio acquisito che ha voluto l’abolizione di ogni salvaguardia a difesa della collettività. 

Queste elezioni europee sono diventate, quindi, qualcosa d’altro.
In questo Senso, bisogna riconoscere il trionfo dell’ideologia iper liberista dei finanzieri: convincere le persone che il danaro non sia un semplice tramite e mezzo di scambio economico, bensì sia l’elemento portante, unificante e costitutivo delle esistenze delle persone. Non è possibile parlare di nient’altro che non sia il denaro, cotto e cucinato in ogni sua variante.
Non esiste nessun candidato di nessun partito che parli mai di progettualità europea, anche perchè nella stragrande maggioranza dei casi non hanno la benchè minima idea di che cosa sia. Essere deputati europei è il parcheggio momentaneo che viene offerto come regalo ad attivisti e militanti, i quali ne approfittano per avere una scusa formale per mostrarsi in televisione nei talk show, rendersi visibili e promuovere se stessi al fine di costruirsi succose carriere. Lo hanno fatto, a suo tempo, Lilly Gruber, Michele Santoro e lo hanno fatto compatti tutti i loro colleghi eletti poi nel 2009, con rarissime eccezioni.
E’ quindi comprensibile che non si parli di Europa, non si comprende neppure perchè l’Italia partecipi alla competizione. Ve lo immaginate il calciatore Tardelli, lanciato ieri dal PD come auotorevole e competente esperto di questioni europee, tra sei mesi a Ballarò? Di che cosa ci parlerà? E la patetica uscita di Moni Ovadia? “Mi candido nella Lista Tsipras, ma non andrò in Europa, lo faccio soltanto per portare voti, non appena eletto mi dimetto subito per far posto a un altro più competente”. Chi? Perchè non presentare, allora, lui/lei, direttamente? 
Che Senso ha?

I tedeschi, francesi, olandesi, danesi, ecc, che oltre ai candidati offrono agli elettori l’ampio ventaglio dei nomi di consulenti e funzionari (che sono coloro che poi andranno a svolgere le mansioni operative) vantano una partecipazione lavorativa a Bruxelles che viaggia al ritmo del 95% di presenze effettive, e quando le commissioni si riuniscono alle 9 del mattino, i francesi, tedeschi e olandesi stanno lì in fila già dalle 7 assistiti da esperti selezionati, per salvaguardare i loro prodotti nazionali, la loro economia, la loro cultura, il loro territorio. Gli italiani pensano all’Europa come a una specie di gigantesco parcheggio di lusso, nello stesso identico modo con il quale hanno pensato a Maastricht, Lisbona, euro, come a una pacchia per succhiare risorse e finanziamenti alimentando se stessi e le proprie clientele di riferimento. Poi, quando le cose si mettono male, si ribellano. La Rai è l’unica emiittente pubblica europea che non ha una rubrica fissa collegata alle proprie commissioni. 
Meno male, almeno risparmiamo soldi. 
Sanno che non ci sarebbe nessuno da intervistare mai, e non ci sarebbe niente da dire.
Questa è la realtà.
Non la si cambia così, l’Europa.

Ma si può provare a cambiare l’Italia.
Questo sì.
E già mi sembra davvero tanto.

Perchè queste elezioni europee, in Italia, non hanno niente a che vedere con l’Europa.
Sono diventate un termometro importantissimo per valutare e stabilire la vera distanza tra l’oligarchia asserragliata del privilegio garantito e la cittadinanza. 

In realtà si tratta di un vero e proprio referendum, il cui esito è paradossalmente fondamentale. 

Si tratta di comprendere fino a che punto funzionino ancora i capi bastone del PD, le clientele di Alfano, le lobby di Monti e Passera, le legioni dei seguaci di Berlusconi, gli ipocriti vendoliani mescolati a cariatidi post-comuniste rientrate dalla finestra. Sono gli ultimi sussulti di un sistema marcio in disfacimento, ed è il motivo per cui l’abile Renzi ha rimandato ogni scadenza al 27 maggio: gli 80 euro in busta paga, i 900 mila posti di lavori vagheggiati dal ministro del lavoro, la discussione sul Senato, l’approvazione della legge elettorale. Il premier sa benissimo che se il 27 maggio 2014 le urne confermeranno il trend del voto del 24 febbraio del 2013, lui sarà costretto a scendere a patti con le esigenze della cittadinanza, non sarà più possibile seguitare a far finta di nulla. Lo capirà anche Mario Draghi. E lo capirà anche Angela Merkel.
Il voto a queste elezioni europee, quindi, è un referendum tra l’ipocrisia oligarchica da una parte (si finge di cambiare per non cambiare un bel nulla) e la possibilità di aprire un tavolo di negoziati tra l’attuale governo in carica e le opposizioni, sugli unici argomenti veri che contano: 1) Immediato pagamento dei 120 miliardi di euro a favore delle aziende creditrici da parte della pubblica amministrazione; 2). Immediato varo di una legge che istituisce il reddito di cittadinanza universale per aggredire frontalmente lo spaventoso aumento del disagio sociale e di sacche di povertà; 3). Ristrutturazione della spesa pubblica del privilegio: pensioni d’oro, enti inutili, vitalizi, privilegi a pioggia; 4). Abolizione di sovvenzioni e sussidi all’editoria, compreso tutto il sistema editoriale partitico, per rilanciare il lavoro competitivo: il tuo giornale non vende nulla perchè nessuno lo legge più? Ci dispiace tanto per te, arrangiati, cambia mestiere o fatti venire in mente una geniale idea professionale ma pagatela per conto tuo.

Queste elezioni europee non hanno niente a che vedere con quelle del 2009, che videro la promozione di una intera generazione di fannulloni, opportunisti, faccendieri di varia natura.

Sono identiche ai quattro referendum della primavera del 2011. 
Tutti sapevamo, allora -conoscendo i nostri polli- che avrebbero comunque fatto come volevano con trucchi di varia natura, ma allo stesso tempo sapevamo tutti che una gigantesca vittoria avrebbe fatto sussultare il potere centrale perchè tra di loro si sarebbero detti. “Oh cazzo! Questi non se la bevono più. Vogliono acqua pulita, energia pulita e rinnovabile,  e se non facciamo qualcosa di tangibile ci faranno vedere i sorci verdi”. Si parlò, allora, per tutta l’estate di quei quattro referendum. Il PD lanciò lo slogan “cambia il vento”. In data 26 luglio 2011 al festival de l’unità, Giovanni Floris chiese a Pierluigi Bersani se intendesse votare il Fiscal Compact e Bersani rispose:Non sono mica matto. Anzi: non sono mica suicida, sarebbe una tragedia per l’Italia e per gli italiani. E’ un dispositivo inutile e pericoloso che ci metterebbe in ginocchio, è voluta dalla finanza globale e non fa bene ai conti pubblici; ci indebiteremo per sempre, è questa roba qua: affonderemo.

Tanto per non dimenticare, è importante mantenere vigile la memoria storica recente.

Furono quei quattro referendum ad aprire il pensionamento di Berlusconi e della sua cricca.
Furono quei quattro referendum a far capire agli italiani che si poteva e si doveva cambiare.
Furono quei quattro referendum a dare il primo forte segnale che la base indiscutibile e non negoziabile della politica in Italia passa attraverso la gestione collettiva del bene pubblico, acqua, energia, società partecipate, per sottrarle al controllo della criminalità organizzata,  dei colossi della finanza e delle clientele partitiche.
L’Italia cominciò a cambiare davvero, mentalmente, dopo quei quattro referendum.
Il PD e il PDL non capirono il campanello d’allarme e si inventarono Mario Monti, un becchino.
Ma ormai la marcia era iniziata e l’onda era partita.
Gli italiani cominciavano a comprendere che la rappresentanza partitica dell’attuale classe dirigente è la vera, prima, autentica causa del dissesto nazionale e del nostro disagio.
E a febbraio del 2013 lo hanno confermato: 40% di astenuti e 25% al M5s.
Per i partiti votò soltanto il 35% degli aventi diritto.

Lasciamo perdere l’Europa, quindi, e pensiamo all’Italia.
Viviamo queste elezioni per ciò che esse sono: un referendum istituzionale sull’attuale quadro politico dirigente: il primo grande scossone è avvenuto ai quattro referendum del 2011; il secondo, ben più contundente, è avvenuto il 23 febbraio del 2013 e li ha mandati in tilt.
Il 25 maggio del 2014 è possibile assestare l’ultimo colpo.

Perchè se il M5s ottiene una importante vittoria elettorale, il 27 maggio 2014 alle 9 del mattino, possiamo essercene certi al 100%, Renzi, Padoan, Cicchitto -cito qui i più intelligenti e abili tra i marpioni- capiranno che o si cambia sul serio o non sopravvivono e allora saranno disposti e disponibili a parlare delle cose che contano, a tagliare dove va tagliato, a far pagare a chi deve pagare e a retribuire chi deve essere retribuito perchè ne ha bisogno.

Soprattutto ne ha il diritto.

L’Europa è nata così: sul diritto al lavoro e all’uguaglianza.
Sarebbe stato bello parlare tutti i giorni di questo, ma non c’è trippa per gatti.

Facciamo in modo che, di tutto ciò, se ne possa parlare in piena libertà il 27 Maggio del 2014.

Prendiamoli a spallate: il loro palazzo ha le travi che dentro sono marce, mangiate dalle tarme, basta davvero poco. 
A furia di rosicchiare bile, avvilimento e frustrazione, noi sudditi tarma gli stiamo per buttare giù l’intera architettura costruita sulla loro disgustosa ipocrisia, sorretta dai media di regime.
Lo sanno anche loro.


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